Mattazione: l'inferno dimenticato dagli animalisti


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L’azione più improcrastinabile in difesa di un condannato a morte è sicuramente quella di evitare che venga ucciso. Succede che nel mondo animalista, secondo la logica della graduale liberazione degli animali, ci sia una sentita partecipazione ad azioni che tendono a proteggere gli animali dalle molte ingiustizie cui sono vittime da parte degli umani, ma pochissima adesione a lottare contro ciò che genera questa perniciosa mentalità antropocentrica (che considera gli animali alla stregua di oggetti ad uso e consumo dell’uomo) e che a sua volta genera il male supremo della  sistematica macellazione nei mattatoi (veri e propri campi di smontaggio e di sterminio di questi nostri sventurati fratelli animali). così succede che se in una pubblica piazza un povero coniglio venisse preso a calci vi sarebbe sicuramente una mobilitazione generale del mondo animalista, ma che diecimila stessi conigli vengano trucidati ogni giorno negli allevamenti viene tacitamente e passivamente tollerato come un male inevitabile.

Molti animalisti giustamente reagiscano con veemenza e si mobilitino con grande partecipazione al sopruso pubblico di un uccello, un gatto o un cane randagio ma la stessa mobilitazione e lo stesso risentimento non si ravvisa al sistematico, ininterrotto massacro di cavalli, mucche, vitelli, maiali, agnelli, conigli, polli ecc. smembrati per l’alimentazione umana. Se c’è un luogo maledetto è il macello dove gli animali vengono prima martirizzati negli allevamenti intensivi e poi uccisi in modo ancora più atroce, fatti a pezzi, spesso ancora vivi, per essere venduti nelle macellerie e nei supermercati per coloro che credono che gli animali siano cose da mangiare e non esseri dotati come noi di pensiero, emozioni, paura e voglia di vivere. Non cento o mille animali trovano la morte ogni anno nella bolgia dei mattatoi ma 170 miliardi di creature innocenti, 700 milioni di polli solo in Italia, (esclusi pesci, crostacei, molluschi echinodermi ecc. considerati a peso e non come individui).

La mattazione riunisce in se ogni settore dell’attività cui è impegnato il movimento animalista: prigionia, tortura, violenza, sfruttamento, uccisione, disprezzo della vita, negazione del dolore della vittima, diritto al nutrimento naturale, alla maternità… Non uno ma tutti i diritti di cui gode per natura ogni essere vivente vengono infranti con gli allevamenti intensivi e la pratica macellatoria.


Se l’inferno esiste sono i mattatoi, dove gli animali aspettano in fila di essere smontati tra il puzzo, gli escrementi e le interiora sparse sul pavimento di chi li ha preceduti. Se c’è un’ingiustizia che grida al cielo la sua vendetta sono i fiumi di sangue versati negli scannatoi pubblici, approvati, richiesti da gran parte della massa e benedetti anche dal clero. Non c’è vergogna, mostruosità, depravazione, abiezione, abisso più profondo, oscurità paragonabile alla innaturale, sistematica abitudine di uccidere il proprio vicino e mangiarne il cadavere.

Sotto l’aspetto etico non c’è ingiustizia o crudeltà paragonabile al progetto di far nascere, per poi uccidere un animale per mangiarselo, al solo scopo di provare piacere gastronomico. Sotto l’aspetto estetico, un pezzo di carne è quanto di più informe, orripilante, vomitevole, si possa concepire come alimento. Sotto l’aspetto salutistico, non c’è pietanza più carente di principi nutritivi, più dannosa, più portatrice di malanni. Anche sotto l’aspetto economico la produzione di carne è una follia dal momento che assorbe sostanze dieci volte superiori ad un’alimentazione vegana. E se per un solo kg di carne bovina vengono sacrificati circa 12 mq di foresta, considerando per difetto il peso di 300 kg di carne ottenuta, ogni manzo allevato costa al pianeta almeno 3600 mq di alberi abbattuti.


Insomma, a parte il danno conclamato dell’alimentazione carnea sulla vita e sulla coscienza degli umani, sull’economia e sul pianeta, se fossi io la vittima di turno, prima di qualunque diritto vorrei non essere ucciso.

“Bisogna chiudere i mattatoi, a costo di un terremoto economico planetario” (Voltaire)




 



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