Relazione al progetto di legge 3 ottobre 2007 - Disposizioni sul divieto di sperimentazione animale nella Repubblica di San Marino

Ecc.mi Capitani Reggenti, Onorevoli Segretari di Stato, Ill.mi Consiglieri,

negli ultimi anni la società civile e il mondo scientifico si sono frequentemente interrogati sulla opportunità di proseguire l’impiego degli animali nella ricerca medica e non solo. Un numero sempre maggiore di persone e di scienziati hanno iniziato a criticare la vivisezione, termine questo che può essere utilizzato come sinonimo di sperimentazione animale, sia da un punto di vista etico che scientifico.
I campi dove sono impiegati gli animali sono molteplici: farmacologia (59 per cento), studio delle malattie, test sui cosmetici, esperimenti di psicologia, test bellici o didattici. Gli esperimenti di tossicologia (75 per cento del totale) sono « trasversali » a queste categorie, perché riguardano il campo farmacologico, medico, cosmetico, eccetera. Sono effettuati (dati britannici) per il 60 per cento nelle industrie e nei laboratori privati, per il 33 per cento nelle università e nelle scuole di medicina, e per il 7 per cento nei laboratori pubblici e nei dipartimenti governativi.

Di tutti gli esperimenti, il 63 per cento viene compiuto senza anestesia, il 22 per cento con anestesia solo parziale. Gli animali utilizzati (che sono devocalizzati, avvelenati, ustionati, accecati, affamati, mutilati, congelati, decerebrati, sottoposti a ripetute scariche elettriche attraverso elettrodi conficcati nel cervello, infettati con virus o batteri, eccetera) sono in tutto il mondo centinaia di milioni ogni anno, ma la cifra potrebbe crescere molto di più se si continuasse ad usare questo metodo di ricerca.
La vivisezione è da tempo criticata da un punto di vista etico, poiché è l’esempio evidente di come in virtù di un beneficio per la nostra specie, per altro tutto da dimostrare, si trattano le altre specie senza rispetto, considerandole oggetti da usare e provocando loro sofferenze spesso atroci.

Già Gandhi aveva definito la vivisezione come «il crimine più nero tra i neri crimini commessi dall’uomo», e questa pratica va avanti immutata dopo tanti anni a causa di un’inerzia culturale, sostenuta da interessi economici forti che impongono in maniera dogmatica la vivisezione come una necessità per il progresso scientifico.

Da Gandhi in poi si sono moltiplicate le voci di dissenso nei confronti della vivisezione ed è nato negli anni settanta un movimento per i diritti degli animali guidato da importanti filosofi, come lo statunitense Tom Regan e l’australiano Peter Singer, i quali ritengono che gli animali, essendo esseri viventi e senzienti, possiedano diritti come quelli dell’uomo alla vita, al benessere e ad un equo trattamento che sia rispettoso delle loro caratteristiche etologiche. In virtù di queste considerazioni la vivisezione dovrebbe essere abolita poiché viola tutti questi diritti. Inoltre si presta a qualsiasi forma d’abuso e sadismo. Chi può dimenticare le immagini dell’équipe del professor Gennarelli che spaccava a martellate il cranio delle scimmie ? E per questo tipo di ricerche aveva ottenuto negli USA, in pochi anni, finanziamenti pubblici che ammontavano a diversi milioni di dollari.

La vivisezione rappresenta l’anticamera di una sperimentazione umana priva di regole. Al contrario di quanto affermano alcuni ricercatori, la sperimentazione sugli animali non è l'alternativa a quella umana, ma l'anticamera. Per legge bisogna sperimentare anche sugli esseri umani per ottenere la commercializzazione di un nuovo farmaco. Se la sperimentazione animale fosse efficace perché imporre anche quella sugli esseri umani?

Gli animali vengono trattati alla stregua di oggetti. La filosofia dei vivisettori è che il fine giustifica i mezzi, ossia, la sofferenza degli animali è giustificata dalla loro presunta utilità (indimostrabile) per il progresso scientifico.
La vivisezione non pone alcun limite etico alla ricerca. Spesso i vivisettori affermano che proibire i loro esperimenti vorrebbe dire limitare la ricerca e questo sarebbe intollerabile. In realtà in campo scientifico una limitazione etica è sempre esistita: chi sarebbe d’accordo a vivisezionare un bambino anche se ciò fosse utile per il progresso scientifico?
Infine rappresenta uno spreco di risorse economiche, poiché quelle stanziate per la sanità e la ricerca non sono infinite, i soldi utilizzati per metodi inefficaci privano altri settori dei fondi necessari. La distribuzione delle risorse quindi non riveste solo una valenza economica ma anche etica.
Tuttavia sappiamo che l’etica è un campo piuttosto opinabile, dove ognuno può difendere qualsiasi tesi. Se però la vivisezione non possedesse un valore scientifico allora non si porrebbe nemmeno la questione etica, poiché nessuno difenderebbe un tipo di ricerca crudele per gli animali e dannosa per la salute umana.

Da un punto di vista scientifico la vivisezione, risultato di una visione meccanicista dell’essere vivente che interpreta l’animale come una macchina e trascura la complessità dei sistemi biologici, si basa su un presupposto errato: che i dati ottenuti sperimentando su di una specie possano essere utilizzati come base per valutazioni su specie differenti. È ben noto ormai che questa estrapolazione non è possibile, perché le specie animali sono differenti dagli esseri umani, come pure tra loro: nella genetica, nel metabolismo, nell’anatomia, nella fisiologia, nell’immunologia, eccetera. Ogni specie reagisce alle sostanze in maniera diversa. Un numero sempre crescente di medici non accetta più la validità della vivisezione come principio indiscutibile e considera antiscientifici gli esperimenti sugli animali. Questi esperimenti non portano ad alcuna reale conoscenza sugli effetti di un’eventuale sostanza da provare (come ad esempio un farmaco), perché animali di specie diverse, come pure di razze diverse o addirittura di ceppi della stessa specie, rispondono in modo diverso a un dato stimolo. E, dunque, se il risultato ottenuto sul topo è diverso da quello ottenuto sul gatto, diverso da quello ottenuto sul cane e anche da quello ottenuto sul ratto, a chi assomiglierà di più l’uomo: al topo, al gatto, al cane o al ratto? La risposta non si può sapere a priori. Solo dopo avere sperimentato sull’essere umano si scoprirà, volta per volta, a quale specie e razza egli assomigli di più in quel particolare caso. Ma un metodo di ricerca che fornisce dati a posteriori non è scientifico!

In base a queste considerazioni si può affermare che la vivisezione è addirittura dannosa per l’uomo, per due ragioni principali: si sperimentano direttamente sull’essere umano sostanze che non hanno subito alcun vaglio preventivo (poiché il risultato della sperimentazione sugli animali non è in alcun modo predittivo per le persone) e si corre il rischio di scartare sostanze che potrebbero essere invece di grande aiuto, per il solo fatto che su di una particolare specie animale sono risultate tossiche.
Per citare solo pochi esempi:
1) la penicillina uccide cavie e criceti;
2) la stricnina è innocua per cavie, polli e scimmie;
3) l’arsenico è ottimo cibo per le pecore e i porcospini;
4) l’amanita phalloides (fungo velenosissimo) è commestibile per il coniglio;
5) la tossina botulinica, la più tossica al mondo per la nostra specie, è innocua per il gatto.

Così i produttori di farmaci hanno la possibilità di selezionare la risposta, variando la specie animale o semplicemente le condizioni dell’esperimento, con il fine di commercializzare, in un’ottica di profitto, migliaia di farmaci che, una volta in commercio, si rivelano spesso inutili e talvolta dannosi. Esistono circa 200.000 specialità farmaceutiche in commercio nel mondo, mentre quelle ritenute utili dall’Organizzazione Mondiale della Sanità sono soltanto 300- 400.

Per quale ragione, allora, si sperimenta ancora sugli animali? Si fa in grande parte per favorire le carriere universitarie, basate sul numero di pubblicazioni prodotte, essendo gli esperimenti sugli animali (non importa se già effettuati molte volte) la via più facile e veloce. Inoltre, la vivisezione costituisce per le industrie una sicura tutela giuridica per ogni eventuale contenzioso. Infatti consente l’incertezza della prova, fornendo ai produttori un alibi sempre pronto. Le industrie possono così dare inizio con maggiore disinvoltura alle prove cliniche sull’essere umano e addirittura permettersi di giustificare i disastri farmacologici (vedi Lipobay o Vioxx, per citare solo due dei più recenti) adducendo il fatto che la sperimentazione sull’animale ha comunque un margine di errore. Così alle industrie non sarà addebitata alcuna responsabilità civile.

Vi sono poi gli interessi legati al commercio di animali e, infine, come hanno riconosciuto Barnard e Kaufman (Scientific American, febbraio 1997), la consapevolezza che, utilizzando differenti tipi di animali in differenti protocolli, gli sperimentatori possono trovare prove a sostegno di qualunque teoria: per esempio, si sono utilizzati esperimenti sugli animali sia per provare sia per negare il ruolo cancerogeno del fumo.
Molti ricercatori, consapevoli di tutto ciò, hanno oggi la tendenza ad iniziare la sperimentazione umana assai prima di conoscere i risultati forniti dagli animali.

Il movimento di scienziati che si oppongono alla vivisezione sulla base di teorie unicamente scientifiche sta crescendo continuamente e sono sempre più frequenti gli articoli che, su riviste scientifiche prestigiose, muovono pesante critiche a questo metodo di ricerca.
Alcuni esempi:
1) British Medical Journal (volume 328, 28 febbraio 2004). Gli autori hanno preso in esame i modelli animali per quanto riguarda sei studi differenti, come ad esempio i calcio antagonisti nell’ictus o lo stress e le cardiopatie coronariche, evidenziando che, non solo non è stata mai provata la validità scientifica dei modelli animali, ma spesso questi sono applicati anche in maniera scorretta ed inoltre spesso la sperimentazione umana inizia prima del termine dei test sugli animali. Gli autori, quindi, ritengono che non si dovrebbero compiere nuovi esperimenti su animali fino a quando non sarà stata dimostrata la loro validità.
2) Journal of the American Medical Association (volume 279, 15 aprile e 20 maggio 1998). Due diversi articoli dimostrano che il  51% dei farmaci commercializzati negli USA che avevano superato brillantemente le prove sugli animali, dopo la commercializzazione avevano provocato gravi reazioni avverse negli esseri umani, ossia morte, pericolo di morte o invalidità permanente. Tutto ciò provoca la morte ogni anno di circa 100.000 persone negli USA per reazioni avverse da farmaci, facendo diventare questa la quarta/sesta causa più frequente di morte.
3) Nature (volume 438, 10 novembre 2005). L’autrice porta avanti un duro attacco alla vivisezione compiuta in campo tossicologico. Le ricerche sugli animali sono definite “cattiva scienza” e si auspica un rapido cambiamento.
4) Annals of Neurology (volume 58, dicembre 2005). Gli autori affermano che nessuno dei modelli di animali per lo studio della sclerosi multipla è servito a spiegare la patogenesi, oppure a sviluppare strategie terapeutiche. Infatti nessuna delle oltre 100 terapie efficaci negli animali ha dato analoghi risultati nella nostra specie. Gli autori invece auspicano che la ricerca sulla Sclerosi Multipla si orienti verso gli studi di genetica, neuroimaging (radiologia) ed epidemiologia condotti sugli esseri umani.

Anche alla luce degli studi sopra citati risulta che, per la sperimentazione animale non è mai stata richiesta, malgrado tanta evidenza negativa, alcuna validazione, mentre questa viene pretesa per ogni nuovo metodo proposto. Nonostante ciò e in maniera paradossale i risultati forniti dal modello animale costituiscono il termine di raffronto per la valutazione dei nuovi metodi, rendendo così pressoché impossibile giungere ad una qualsiasi validazione degli stessi.
Eppure i ricercatori che abbiano a cuore la vera ricerca scientifica e non la propria carriera, avrebbero a disposizione metodi migliori dei test sugli animali: la ricerca clinica, la statistica e l’epidemiologia, lo studio diretto dei pazienti, moderni strumenti di analisi non invasivi, le biopsie, le colture cellulari, tissutali e d’organo, la simulazione mediante computer, fino a giungere alle tecniche più recenti ed innovative.
Un settore in grande espansione, ad esempio, è quello della  tossicogenomica, che valuta la tossicità di una sostanza osservando il comportamento dei geni all’interno di cellule umane messe a contatto con essa. I risultati, oltre ad essere di gran lunga più precisi, sono anche centinaia di volte più veloci ed economici di quelli forniti dalla sperimentazione animale.
L’EPA (Environmental Protection Agency, USA) ha appena creato un centro di tossicogenomica e l’FDA (Food and Drug Administration, USA) ha pubblicato una raccomandazione che chiede alle industrie di trasmettere i dati farmacogenomici dei prodotti da approvare.

Concludendo, è ormai evidente a tutti come l’impiego degli animali nella ricerca non sia più accettabile sia da un punto di vista etico che scientifico. L’approvazione della presente Proposta di Legge rappresenterebbe il primo esempio al mondo in cui una nazione vieta gli esperimenti sugli animali. Per la nostra piccola Repubblica sarebbe un’occasione unica, quella di diventare un esempio di civiltà per tutto il mondo ed uno stimolo per la comunità scientifica, affinché essa abbandoni obsolete pratiche del passato a favore di una ricerca al passo con le recenti tecnologie e realmente al servizio della salute collettiva.

IL CONSIGLO DIRETTIVO APAS

 



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