Pet Therapy: il valore della relazione con l’animale

D’altro canto la divulgazione dei risultati ottenuti con questa attività non sempre è stata condotta in modo corretto anche per una forte tendenza a banalizzare il rapporto con il pet e quindi a trattare le risultanze e le procedure applicative con approssimazione, buonismo e talvolta addirittura con un approccio taumaturgico e magico. Occorre pertanto fare chiarezza su cosa s’intende per pet therapy e che tipo di contenuto beneficiale viene applicato in un progetto di pet therapy. Innanzitutto è necessario smascherare i luoghi comuni che spesso vengono avanzati e che tuttavia vanno a compromettere una corretta interpretazione del contributo coterapeutico e delle modalità applicative della pet therapy.

La pet therapy non è altro che una delle tante applicazioni della zooantropologia, una disciplina che studia il contributo della relazione uomo-animale partendo dal riconoscimento della soggettività e della diversità dell’animale. Il primo pregiudizio è quello di considerare l’apporto dell’animale sotto il profilo performativo ossia come prestazione che l’animale produce nel corso della seduta, paragonando questo tipo di attività a quelle di ordine zootecnico. Spesso si parla di “utilizzo” dell’animale, di “addestramento” del pet per lo svolgimento dell’attività e di animale come “mezzo-strumento” coterapeutico. In realtà le attività di pet therapy utilizzano la relazione con l’animale non l’animale come strumento e per realizzare una relazione nel senso pieno del termine è necessario che la soggettività del pet sia salvaguardata, si eviti la sua trasformazione in oggetto. L’animale non è un farmaco, le attività di pet therapy non sono finalizzate a produrre prestazioni specifiche, la logica che sostiene queste attività è quella dei contributi relazionali-referenziali non quella zootecnica dell’utilizzo performativo. Questo significa che non parleremo di addestramento ma di educazione del pet, e parimenti non ci riferiremo al contributo del pet nei termini di utilizzo ma di coinvolgimento nella seduta. Non si tratta di una precisazione di ordine bioetico ma di un prerequisito applicativo: solo la piena soggettività mi consente di realizzare un processo relazionale e giacché quello che utilizzo è proprio la relazione quanto più questa è attivata tanto più sarò in grado di sviluppare i contenuti beneficiali. Il secondo luogo comune che altrettanto spesso viene manifestato è quello di considerare l’animale come un sostituto e la relazione con l’animale come surrogatoria di altre relazioni umane deficitarie. In questo caso l’animale non viene considerato nel suo valore di diversità e nell’apporto specifico e autentico che può dare proprio in virtù del suo carattere non umano, bensì nella sua capacità di porsi come surrogato dell’essere umano.

La lettura surrogatoria parte dal pregiudizio che l’uomo abbia bisogno solo di relazione con gli altri esseri umani, una sorta di autosufficienza o autarchia di specie, e che il rapporto con l’animale vada necessariamente a porsi in questo milieu relazionale. Spesso si sente dire che la relazione con il pet porta via spazio e risorse alla relazione con l’uomo, per esempio si dice che chi ama gli animali non ama l’uomo o che una persona che si dedica agli animali dovrebbe occuparsi di bambini. In realtà la relazione con l’animale ha un proprio spazio antropologico e l’uomo ha bisogno anche di questo rapporto partendo proprio dalla diversità e non umanità dell’eterospecifico. Mentre in una visione surrogatoria si cerca di mitigare la diversità dell’animale, negligendo le sue peculiarità di specie e antropomorfizzandolo, in una visione zooantropologica si valorizza la peculiarità e la diversità dell’animale perché proprio questa diversità permette di realizzare nell’uomo un decentramento. L’animale in virtù della sua diversità si pone come una soglia, un’apertura che facilita il superamento della chiusura della persona nella sua condizione specifica. La diversità-estraneità dell’animale rispetto alle logiche del rapporto interumano – giudizio, competizione, omologazione – rende possibile il decentramento che è il primo passo per intraprendere un percorso di cambiamento. Il terzo luogo comune riguarda il modo di considerare la relazione con l’animale, considerandola in modo generalista come entità uniforme e singolare. Si dice, per esempio, che la relazione con l’animale fa bene, che il rapporto con il pet porta fuori ciò che di meglio c’è nella persona, che l’incontro con il pet porta sempre dei benefici. Ma questa è una visione taumaturgica del pet e, più in generale, un modo scorretto di non tener conto del carattere plurale delle relazioni. Una relazione fortemente ludica con forti componenti di attivazione emozionale può far bene a un anziano depresso ma di certo non è auspicabile per un bambino iperattivo, una persona ansiosa o un cardiopatico. Pertanto non si deve affermare che la relazione con l’animale fa bene ma che per ogni bisogno-obiettivo terapeutico esistono dimensioni di relazione beneficiali e dimensioni di relazione compromissorie. Questo significa che nel canone zooantropologico non si prescrive in modo generico una relazione con il pet ma una relazione dimensionata ovvero specificata nelle dimensioni da attivare e in quelle da evitare.

La seduta di pet therapy è pertanto arbitrata da un operatore pet partner che, oltre a facilitare l’evento relazionale e a dare sicurezza all’incontro tra il pet e fruitore, è chiamato ad attivare le dimensioni prescritte e a contenere o chiudere quelle compromissorie per il profilo specifico del fruitore. Rispetto a questo punto è evidente che in pet therapy non si lascia la relazione completamente libera di esprimersi proprio perché ci si pone l’obiettivo di far intraprendere al fruitore un preciso percorso di cambiamento attraverso la relazione. Anche per questo è assolutamente fuorviante pensare alla pet therapy come a un rapporto solo tra fruitore e pet perché il ruolo dell’operatore non è solo quello di condurre il pet in seduta ma di arbitrare il processo relazionale. Nello stesso tempo è altrettanto evidente che non si può fare pet therapy attraverso l’adozione di un pet, semmai il contrario: talvolta infatti il percorso può chiudersi con l’adozione del pet, ma questo è un obiettivo non una premessa.  In genere inoltre la relazione che si attiva in seduta ha il profilo dell’incontro-confronto e si evita accuratamente l’affiliazione che può causare problematiche di distacco. Come si vede l’attività di pet therapy che si esplicita nell’approccio zooantropologico è assai differente dai luoghi comuni e non è affatto intuitiva, richiede una profonda preparazione degli operatori e del team che formula il progetto, per dar luogo a eventi beneficiali e quindi tarati sulle specifiche esigenze.

Le attività di pet therapy sono formulate da specialisti che si occupano di progettare l’intervento nei suoi dettagli prescrittivi e cautelativi, riuniti in un team multiprofessionale che contempla diverse figure come il veterinario, lo psicologo, il medico, l’educatore, il trainer. La seduta è svolta da operatori specializzati nelle attività di relazione zooantropologica e da coppie pet partner certificate sulla capacità di lavorare all’interno di diverse cornici relazionali. La formazione dei prescrittori e degli operatori contempla studi di psicologia, etologia e zooantropologia sia teorica che pratica e dura circa un anno. In altre parole non è sufficiente avere una formazione generica sulla relazione o un cane ben addestrato per fare pet therapy, ma saper interpretare e applicare il canone di zooantropologia. Queste precisazioni sono state specificate in un documento, Carta dei Valori e dei Principi sulla Pet Relationship-Carta Modena 2002, promosso dalla Federazione Nazionale Ordine Veterinari Italiani (FNOVI) e da altri importanti enti di ricerca, che ha ottenuto il patrocinio del Ministero della Salute. Carta Modena, realizzata nel 2002, è una carta di valori e di principi che regolano l’attività di pet therapy all’interno di requisiti posti a tutela del fruitore, del benessere animale e della salvaguardia del registro relazionale.

Gli effetti beneficiali che esitano dalla pet therapy possono essere ricondotti a quattro capitoli principali: 1) la promozione del benessere della persona, 2) la facilitazione dei processi di integrazione socio-relazionale, 3) la realizzazione di percorsi assistenziali, 4) la realizzazione di eventi sinergici con i percorsi terapeutici in essere. Quando parliamo di promozione di benessere (punto 1) intendiamo un effetto diretto sull’ambito motivazionale, stimolazione e gratificazione delle diverse motivazioni, sull’ambito emozionale, stimolazione di emozioni positive e controllo sull’arousal, sull’ambito cognitivo, attivazione della cognitività e modificazione delle rappresentazioni. L’effetto di integrazione socio-relazionale (punto 2) si ottiene migliorando la capacità del fruitore di posizionarsi in situazioni di relazione-interazione con il mondo e di trovare gratificazione in contesti relazionali, mitigando le paure, la solitudine, il senso di emarginazione, l’autoreferenzialità, il senso di appartenenza. L’ambito dell’assistenza (punto 3) si costruisce lavorando sul problema specifico della persona e costruendo dei percorsi atti a emendare o a vicariare il deficit specifico migliorando l’autonomia della persona e la sua capacità di realizzare i propri proponimenti. Infine l’ambito della coadiuvanza (punto 3) si sviluppa intervenendo sulla terapia in essere cercando di individuare delle attività che possano migliorare o motivare il percorso terapeutico che il paziente sta intraprendendo. Già da questo si rende evidente che la pet therapy non è una terapia alternativa, non si pone cioè in modo sostitutivo rispetto alle terapie in essere su quel paziente, ma è una co-terapia ovvero un intervento che facilita e si pone in modo sinergico con le altre terapie applicate. Questo non deve sminuire peraltro il portato dell’intervento zooantropologico perché di fatto l’effetto sinergico dimostrato in questi trent’anni di applicazione ha evidenze di grande rilevanza. Possiamo dire che tale facilitazione si muove su molti binari di sinergia: a) aumenta la motivazione del fruitore al percorso terapeutico, b) accresce la compliance e l’alleanza medico-malato, c) tonifica le risorse del fruitore e abbassa i fattori di compromissione, come lo stress, d) apporta contenuti specifici sul piano cognitivo ed emozionale, e) aumenta l’efficacia e l’efficienza della terapia in essere. Per questi motivi al pari degli interventi di prevenzione la pet therapy, come peraltro gli altri interventi co-terapeutici, dev’essere considerata una prassi capace di migliorare la gestione e il risparmio delle risorse sanitarie.

Roberto Marchesini

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