Perché l’Italia scende in piazza per gli animali

 

Mentre da Stefano Dominella,  secondo nella lista civica di Marino e anch’egli protestato come presidente della maison Gattinoni, giungono dichiarazioni di estraneità a pelli e pellicce che suonano un po’ fantasiose, l’aspirante al Campidoglio ricorre all’estrema mozione degli affetti, invocando i bambini: “Se aveste una figlia malata di leucemia non comprereste medicine, purtroppo sperimentate sui topi?” Secondo tale principio, tuttavia, chi è contrario alla schiavitù non dovrebbe visitare le piramidi, gli Stati Uniti o il Colosseo, gli s’imporrebbe di evitare la Chiesa, promotrice fino al 1908 della castrazione di bimbi per i cori delle voci bianche, né potrebbe simpatizzare con qualsiasi paese abbia dato alla luce regimi totalitari e stragi. Comunque lo valutiamo il passato non è modificabile, mentre chi oggi cerca un’attenzione negata dalla politica allo sfascio  giudica con occhi contemporanei, parte dal punto in cui siamo.

 

“È delle scorse settimane la notizia che l’amministrazione di Obama ha stanziato 40 milioni di dollari per ricerche applicate a riprodurre il funzionamento di polmoni, intestino, cuore e fegato dell’uomo senza sacrificio di animali, così diversi da noi,” spiega Caporale. “La sperimentazione sugli animali, condannata dall’83% degli italiani, oltre che immorale e crudele, è dannosa e antiscientifica.”

 

Che piaccia o no, esiste un fenomeno chiamato progresso della coscienza, forse lento rispetto alle trame del potere temporale ma di solito rivoluzionario. Il prepotente desiderio espresso non solo dai gruppi attivisti, bensì da una consistente opinione pubblica, punta a intraprendere con decisione un salto di qualità nello stare al mondo, non attraverso il di più, ma il meglio.  Per avere chiaro quanto determinato sia il trasversale cambiamento sociale e culturale basterebbe tentare il conto delle recenti manifestazioni  in Italia – quante, e quanto partecipate! -non solo contro la sperimentazione sugli animali (ottenendo quest’anno la  liberazione di beagle , conigli e ratti, nonché la partecipazione di tre stimati scienziati esperti nella ricerca sostitutiva ai test sugli animali a un tavolo del Ministero della Salute) ma pure opposte a caccia, discariche inquinanti, palii, allevamenti intensivi, parcheggi interrati, distruzione di alberi e territorio.

 

La vivisezione – termine sgradito ai filo sperimentazione con animali ma pertinente, poiché “sezionare vivi”  è quanto comunque si impone alle cavie sottoposte nel tempo a mutilazioni, somministrazioni, reiterata chirurgia, spesso senza anestesia e coronate dalla morte – è percepita come orrore particolarmente gratuito, anche in virtù di una nuova e competente scienza che chiede fiducia, investimenti sui metodi alternativi a pratiche considerate inesatte, sorpassate e pericolose per l’uomo. “La scienza e’ riuscita a realizzare un rene di topo con la bioingegneria, quindi la fase dell’utilizzo degli animali sta arrivando al suo crepuscolo” afferma pure Marino, che già il 4 aprile aveva evitato di presentarsi alla Garbatella dove lo attendevano i  militanti di Pae-Partito animalista europeo (noti per le proteste avventurose), Roma for Animals e Memento Naturae.

 

Proprio a causa della sua cronica indifferenza alla gente, la politica – con l’eccezione di singoli che poco possono contro la linea dei partiti, qualche amministratore locale illuminato, personaggi abili nello sfruttare la corrente per ricavare consensi, per tacere delle ridicole foto propagandistiche con cani e gatti in braccio, da Monti e Berlusconi fino a Alemanno –  sottovaluta in modo grave un orientamento civico sempre più radicato e vigoroso, che s’interroga con modernità sui termini del nostro stare al mondo. Nel chiedere giustizia per gli animali, per gli alberi, per l’aspirazione a una convivenza incruenta,  si affronta il tema della nostra stessa sopravvivenza, psicologica e materiale, su questo pianeta. Impreparate, sfuggenti, le istituzioni preferiscono dimostrare scarsa indipendenza rispetto alle grandi industrie, piuttosto che ammettere di trovarsi dinnanzi a cittadini che si informano e scelgono. Individui  affrancati da mode e sollecitazioni consumistiche, desiderosi di  uno stile più essenziale e soddisfacente, orientato verso una nuova, necessaria armonia con quanto naturalmente esiste. Consci che la salvezza della nostra specie possa guardare solo in quella direzione non sono solo gli attivisti, ma persone di ogni età e provenienza sociale. Non tutti vegan dunque, c’è chi porta ancora scarpe di pelle o usa prodotti testati sugli animali – a parte l’erboristeria, oggi la politica dei finanziamenti orientati dalle multinazionali non offre molte altre soluzioni: il sistema in cui siamo inclusi  rende appositamente difficile la completa coerenza,concepito com’è per trattarci come polli in batteria. Consumare intensivamente, vivere alla svelta e presto lasciare spazio alla nuova infornata.

 

Stufa di antenne cancerogene, torture inutili, del consumo scellerato dello spazio essenziale,  la gente non vuole essere provocata con domande retoriche, ma chiede alla politica di fare gli interessi pubblici, senza debiti con le aziende. Non c’è bisogno di essere animalisti o ambientalisti per capire che la riduzione dei nostri confini vitali è una concessione eccessiva all’avidità di imprese e multinazionali. Basta essere intelligenti, senza per questo ignorare le necessità dei capisaldi della demagogia, ridotti a lasciapassare per qualsiasi obbrobrio: la famiglia, i bambini, cui faremmo meglio a consegnare un mondo meno abbrutito  e superficiale".

 

Fonte: Repubblica.it